Archivio | giugno 2015

Quando il Sogno diventa Realtà

Un’amena località tra le montagne, un uomo perseguitato dall’insoddisfazione della propria vita, un ragazzo divorato dai sensi di colpa. Riset Rose è il luogo dove si consuma una tragedia: un cane rabbioso uccide una giovane donna con inusitata ferocia. Forse è solo un sogno… o forse no.
Un racconto di Rita Fortunato da leggere tutto d’un fiato.

RISET ROSE

Michael, per sfuggire alla vita frenetica di città, aveva deciso di trascorrere l’estate a Riset Rose, un
ameno paesino di montagna dove il tempo sembrava essersi fermato e la vita veniva scandita dal sorgere e dal tramontare del sole. Tutto, in quel luogo, sembrava esprimere pace e contemplazione.

Aveva affittato una casetta appena fuori dal centro del paese che si affacciava su una stradina molto frequentata dagli abitanti durante il periodo estivo e che conduceva a un torrente che arrecava ristoro nelle giornate più calde e afose. Sul retro della casa si potevano vedere i campi, punteggiati qua e là da alti e imponenti abeti: quando spirava un po’ di vento, ondeggiavano mollemente le punte, allietando le serate estive. Il fruscio delle loro fronde sembrava volesse rivelare chissà quali ricordi e segreti. Tutto questo faceva sentire Michael più tranquillo e qui, a Riset Rose, avrebbe forse trovato quella pace che da un po’ di tempo lo aveva abbandonato, impedendogli di svolgere in modo soddisfacente il suo lavoro di infermiere.

Era appena uscito da un brutto esaurimento nervoso; un suo collega gli aveva consigliato di ritirarsi per un periodo in montagna, per recuperare un po’ di energie. Aveva seguito il consiglio e ora si trovava a visitare il paese.

Riset Rose aveva una pianta circolare. Le case, costruite con le pietre bianche e levigate del torrente, se ne stavano addossate le une alle altre. Qualche anziano contadino chiacchierava del più e del meno accomodato su sedie di paglia poste di fronte alla porta della propria dimora.

“Un classico paesaggio montano!” pensò Michael fra se e sé, deluso.
Non era ancora sicuro se avesse fatto bene a seguire il consiglio del suo collega.

Mentre era assorto in questi pensieri, un ragazzo piuttosto malvestito attirò la sua attenzione. Il giovane, parecchio magro per la sua statura con gli occhi chiari infossati e cerchiati da pesanti occhiaie, continuava a fare il giro della piazza.
Parlava sommessamente tra sé, gesticolando con le mani ossute e tremanti, piene di graffi.

Il ragazzo, accorgendosi di essere osservato, si fermò di colpo e girò i suoi occhi spaventati e stanchi verso Michael che rimase immobile, a fissarlo.
Il giovane tentennò un poco, indeciso se continuare il suo giro senza meta o dirigersi verso lo sconosciuto osservatore. Decise per la seconda opzione e, raggiunto Michael, lo prese per le spalle e cominciò a strattonarlo urlando:

«Aiutala! Aiutala! Domani è il primo di giugno! Aiutala, non scappare via!»

«Ma che cosa vuole da me? Mi lasci stare!» rispose Michael che cominciava a spaventarsi.

«Mark, lascia stare il signore!» urlò un vecchio che, assistendo la scena, si era avvicinato per separare i due.

Mark tolse le mani di scatto, le chiuse e se le strinse al petto, lo sguardo vacuo.

«Sì papà, scusa papà!» rispose.

«Ora vai in casa per favore e cerca di riposarti un po’. È un anno che ti tormenti così, non è stata colpa tua figliolo!”.

Mark annuì nervosamente, ma mentre spariva dentro casa cominciò a piangere e lamentarsi come un’anima in pena.

Il vecchio lo guardò tristemente e poi si voltò verso Michael:

«Mi scusi signore, non è cattivo, sono sicuro che non voleva spaventarla… una volta non era così!»

«Ci è riuscito comunque!» ribatté Michael «Che cosa gli è capitato?» la paura aveva lasciato spazio alla curiosità.

«Un anno fa, lui e alcuni suoi amici erano andati al torrente, fra loro c’era anche una ragazza, Rose. Tornando indietro si imbatterono in un cane affetto da rabbia. Li attaccò.
Mark e gli altri riuscirono a sfuggirgli rinchiudendosi nella rimessa della casa dove ora lei alloggia e restarono lì finché l’animale non si allontanò. Quando uscirono, andarono dove avevano lasciato Rose: non c’era più nulla da fare per lei.
Mark le voleva molto bene, ma preso dal panico non ebbe il coraggio di aiutarla. Da allora è tormentato dai sensi di colpa e non è più lo stesso!»

«E gli altri ragazzi?» chiese Michael

«Loro hanno avuto la forza di farsene una ragione e hanno continuato la loro vita, ora lavorano fuori paese, ma stasera torneranno qui perché il parroco ha indetto una messa per domani, in memoria di Rose. Ora però devo andare a occuparmi di mio figlio… mi scusi ancora signore!»

«Non importa. Mi dispiace molto per quella povera ragazza… ma il cane? Che fine ha fatto?»

Il vecchio scrollò le spalle e disse:

«All’epoca lo cercammo a lungo nei boschi, finché non lo trovammo in una radura ucciso dal suo stesso male. Lo bruciammo per evitare eventuali contagi e non ne parlammo più.»

Quella notte Michael ebbe un sonno inquieto. A un certo punto gli parve di percepire un ringhio nel silenzio della notte seguito, subito dopo, da un grido strozzato, poi più niente. La mattina seguente il sole filtrava dolcemente tra i rami degli alberi, l’aria frizzante.

Dopo colazione decise di avviarsi verso il paese e, mentre si preparava per scendere, vide un gruppo di ragazzi risalire il sentiero che costeggiava la sua casa per dirigersi verso il torrente.
Michael aveva appena chiuso la porta d’ingresso che rivide il gruppo di prima tornare in fretta e furia verso il paese gridando aiuto.

«Cosa succede?» domandò loro, ma i ragazzi parevano troppo sconvolti per fermarsi.

Allora decise di andare al fiume per capire che cosa li aveva indotti a una fuga così precipitosa. Quello che vide gli fece tornare in mente i ringhi uditi la notte passata.

Il corpo senza vita di un ragazzo riverso sulla riva del ruscello, le vesti strappate, le mani, le gambe e le braccia piene di graffi e morsi. La gola era completamente aperta e continuava a sgorgare sangue dando una colorazione sinistra alle acque solitamente limpide del torrente.

Non passò molto tempo che giunsero anche i residenti del paese e l’ambulanza, che portò il corpo all’ospedale più vicino.

Michael rimase in piazza assieme a tutta la comunità finché non ricevettero notizie sulla causa del decesso: le ferite erano state riportate dai morsi di un cane di grossa taglia, probabilmente affetto da rabbia.
Non appena il sindaco riferì tutto ciò, Mark cominciò a gridare:

«É Rose! Si sta vendicando nei nostri confronti: l’anno scorso non l’abbiamo aiutata! Ci ucciderà tutti!»

«Smettila Mark, quella di Rose è stata una disgrazia come oggi lo è stata per Matt! E poi il cane non è lo stesso dell’anno scorso!» reagì un ragazzo biondo vestito elegantemente.

«Lo sai che non è vero Sean! È stata Rose e il cane che l’aveva aggredita è ricomparso proprio questa notte! Siamo in pericolo! È colpa nostra che non l’abbiamo aiutata! Perché non vuoi capirlo?»

«Basta! Sono stufo di sentire queste cagate! A Matt e Rose è accaduta una disgrazia, punto! Non venire fuori con assurde storie di spiriti e cani che appaiono dal nulla! Devi accettare che Rose è morta e rifarti una vita!»

«Come hai fatto tu, Sean? Te ne sei andato via senza nemmeno darle l’ultimo saluto, l’hai abbandonata due volte! Il cane ti cercherà!» gridò Mark ancora più forte, disperato.

«Tu sei completamente pazzo!» esclamò l’altro voltandogli le spalle, allontanandosi dalla piazza.
Mark che voleva inseguirlo, fu fatto rientrare in casa con la forza e sottoposto a una stretta sorveglianza per evitare che diventasse pericoloso. Era accaduto diverse volte che avesse tentato il suicidio a causa dei forti sensi di colpa.

Una squadra di uomini, tra cui anche Michael, perlustrò tutti i boschi circostanti alla ricerca del cane, ma non trovarono niente, nemmeno la più misera delle tracce.
Ognuno rincasò che ormai il sole stava tramontando, ma Sean, dopo la discussione con Mark, non si era ancora fatto vivo.

Infatti non lo era più. Lo ritrovarono in una delle viuzze laterali del paese nelle stesse condizioni di Matt. La gente cominciò ad avere paura del tramonto e si rinchiuse in casa sbarrando porte e finestre. Anche quella sera, Michael percepì un ringhio nei pressi della sua tenuta e anche lui si preoccupò che tutte le possibili entrate della casa fossero ben chiuse.

La mattina dopo decise di andare da Mark e lo trovò in uno stato più pietoso del solito. Era seduto su una delle panchine al centro della piazza del paese, guardava fisso davanti a sé e non muoveva un solo muscolo. Sembrava pietrificato.

«Mark perché te ne stai lì così, immobile?» domandò Michael un po’ intimidito dalla determinazione che leggeva negli occhi del ragazzo.

«Aspetto!» rispose.

«Cosa?»

«Che Rose e il cane mi vengano a prendere!»
Michael non sapeva che cosa dire, rimase con lui ancora un po’; poi decise di andare a pranzare. Trascorse la maggior parte del tempo in un’osteria con gli uomini del posto, mentre ogni tanto dava un’occhiata fuori e vedeva Mark che continuava a starsene fermo immobile su quella panchina.

Ormai un’altra giornata stava volgendo al termine e nemmeno le suppliche dei genitori riuscirono a convincere Mark a rientrare in casa. Nessuno volle usare la forza per costringerlo, un po’ per paura che il cane si sarebbe rivoltato anche contro di loro e un po’ per rispetto per la sua decisione e, quindi, tutti rientrarono nelle loro abitazioni. Solo Michael non se la sentì di lasciarlo solo e si sedette accanto a lui ad aspettare. Non riusciva a spiegarsi perché volesse restare accanto a quel ragazzo che conosceva appena, ma si sentiva in dovere di farlo.

Il sole era quasi tramontato, le case e i dintorni avevano assunto una colorazione dorata, il paesaggio era splendido, quasi magico, ma durò pochi istanti e tutto cadde nel buio più totale.
A un certo punto, Michael percepì un ringhio sommesso ma tutt’altro che immaginario. Cominciò a innervosirsi e man mano che questo suono inquietante si avvicinava, la paura lo avvinghiava sempre più stretto nelle sue spire. Non riusciva a vedere la bestia tanto attesa, malgrado la sentisse terribilmente vicina e questo non faceva altro che peggiorare la situazione.

Solo Mark non lasciava trapelare nessuna emozione e continuava a guardare fisso davanti a sé.
Improvvisamente, Michael sentì un soffio caldo sul suo collo, si voltò e vide il cane alle loro spalle, pronto ad attaccare.
«No!» gridò Michael che si avventò sull’animale per impedirgli di causare altro male. Combatterono furiosamente, ma la bestia si rivelò più forte e lo prese alla gola, l’uomo cercò di divincolarsi con tutte le sue forze, ma pian piano le energie cominciarono ad abbandonarlo e svenne.

«Michael! Michael! Avanti, svegliati!» esclamò una voce, prima lontana e poi sempre più forte e chiara.
Quando aprì gli occhi non era più a Riset Rose, ma nella stanzetta degli infermieri che veniva utilizzata per riposarsi tra un turno e l’altro. La voce che lo stava riportando alla realtà era quella di un suo collega.

«Che cosa succede?» domandò Michael ancora un po’ intontito.

«Ti ho svegliato perché ti stavi agitando talmente tanto che mi sono preoccupato! Ultimamente mi sembri più stressato del solito, dovresti rilassarti un po’. Conosco un posto che per te sarebbe proprio l’ideale: è una località montana, si chiama Riset Rose; ci sono andato l’anno scorso con la mia famiglia e siamo stati veramente bene!”

Michael sbiancò e chiese:

«Che giorno è oggi?»

«È il 31 maggio… ma che ti prende?»

Michael sentì come una rivelazione dentro di sé. Si alzò con fare risoluto e cominciò a cambiarsi in fretta e furia e, senza dare spiegazioni al collega visibilmente preoccupato per la sua reazione, se ne andò via.

Arrivò a Riset Rose la sera stessa. Non vi era mai stato, ma tutto era come l’aveva sognato.
Si fermò a dormire nella piccola locanda del paese e la mattina presto andò a sedere sulla panchina dove Mark attendeva nel sogno il cane che tanto lo spaventava e attese, mentre teneva stretto in mano un grosso bastone.
A metà mattinata una delle porte delle case che si affacciavano sulla piazza si aprì e ne uscì un ragazzetto magro identico a Mark, ma con un’espressione serena in volto, l’espressione di chi non sa che qualcosa di terribile gli sarebbe accaduto poche ore dopo.

Mark gli passò accanto e Michael lo fermò, consegnandogli un bastone sul quale vi era un laccio, di quelli usati dagli accalappiacani. Alla reazione stupita del ragazzo disse:

«Tienilo con te, ti servirà. Affronta la paura, se in seguito non vorrai pentirtene!»

«Ma tu chi sei?» domandò il ragazzo.

«Un sogno»

Mark lo guardò a lungo. Decise di accettare quello strano strumento e lo ringraziò procedendo poi per la sua strada.

Michael rimase nella locanda fino a quando Sean, uno dei ragazzi che aveva sognato, giunse in paese: ritornando a Riset Rose, lui e i suoi amici erano stati aggrediti da un cane rabbioso. Rose, rimasta indietro nella fuga, era stata salvata da Mark che aveva prontamente reagito all’aggressione bloccando l’animale con il bastone che si era portato dietro.

Mentre si diffondeva la notizia, il cane era stato portato in una struttura specializzata per fare luce su ciò che aveva scatenato quel suo comportamento aggressivo e pericoloso.
Michael capì che aveva svolto il suo compito e se ne andò prima di essere oggetto di domande cui nemmeno lui sapeva rispondere.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 giugno 2015. 1 Commento